Roma, 12 giugno 2013
M: Ciao,
avrete dato un’occhiata al progetto e avrete capito che si tratta di un
coworking di moda basato sulla trasformazione di abiti vintage.Voi vi
occupate di Vintage dal 2007 e siete ad ora proprietari di 3 negozi diversi a
Roma, tra i più conosciuti a livello nazionale, come pensate stia reagendo, nel
tempo, la gente di Roma a questo fenomeno? E cosa pensate del riuso del vintage
per la creazione di nuovi abiti? Del “wardrobe refashion”?
F: Abbiamo dato un occhiata al tuo progetto e
ci sembra molto interessante soprattutto perché a Roma non esiste una realtà
del genere. Secondo me potrebbe legarsi molto bene con il nostro lavoro e
sarebbe anche il momento giusto perché la gente, finalmente, sarà perché ormai
sembra essere diventato un fenomeno, sarà per moda o per il momento storico di
crisi economica o perché forse qualcuno ci crede davvero, sembra cominci
lentamente ad entrare nell’ottica di acquistare abiti e accessori vintage, come
del resto accade, da sempre, nelle maggiori capitali europee e negli Stati
Uniti, restituendo valore e importanza ad un capo, abbinandolo magari con
qualcosa che propone la moda in questo momento e inconsapevolmente, attuando un
sorta di riciclo.
M: Parlando
del progetto, ci sono “elementi” che ti sembrano mancare, a livello di
funzioni?
C’è
qualcosa che cambieresti? Se si, cosa?
F: Aggiungerei,
al fine di creare un processo più lineare e continuativo, altri due negozi
anche sull’altro ingresso, spostando il bar-ristorante in una zona più
centrale, per esempio al posto dell’area meeting, trasferendo quest’ultima
all’interno dell’area coworking stessa.
M: Prova
ad immaginare uno spazio in cui possa lavorare collaborando e scambiando idee
con altre persone, come lo vorresti? Cosa non dovrebbe mancare?
F: Mi
affiderei senz’altro a te, architetto, visto che il progetto è molto interessante,
come ho già detto, ma ,ovviamente, dal mio punto di vista, darei più spazio a
quello che è il mio settore.
M:In
generale, che idea ti sei fatto del mio progetto? E se
dovessi rinominarlo, come lo chiameresti?
F:Come
ti ho detto è un progetto molto interessante e sarei ben lieto di collaborare
con te, purtroppo
però, siamo in Italia e, come ben saprai, è un paese in cui difficilmente
potrai sviluppare
quest’idea, quindi ti proporrei di esportarla insieme all’estero, un giorno
(ride).Siamo
in un paese in cui le buone idee vengono messe in secondo piano, e si da,
invece, spazio ai soliti palazzinari, ops…scusa, costruttori (ridiamo). Uscendo
dai tre secondi di “retorica”, pensando di resistere in questo paese, diamogli
un nome
a questo progetto…direi “Parassiti nel Parassita”.
M:Vuoi
dare una spiegazione per questo “titolo”?
F:Se
ho capito bene il tuo progetto consiste nel ridare valore ad uno spazio vuoto
che, in un certo senso, è anche quello che faccio io nel mio settore, tu con il
“parassita” ed io con i capi. Comunque,
tornando alla spiegazione del titolo, “Parassiti nel Parassita” perché, anche
io e gli altri possibili fruitori/lavoratori dello spazio in questione, saremo
parassiti nell’area, ridando funzione
e vita allo spazio vuoto.
M:Molto bene. Grazie
ancora per la tua disponibilità.
F:Figurati, ciao e in bocca al lupo.
M: Crepi !















